Nel 1211, a Firenze, qualcuno annotò su un registro somme da ricevere e denaro da restituire. Non stava scrivendo un'opera destinata ai posteri: doveva semplicemente tenere in ordine i conti. Eppure quei frammenti di un libro di banchieri costituiscono la più antica testimonianza fiorentina conservata di una scrittura interamente in volgare. La lingua della città entrava così nei documenti attraverso una necessità concreta, quella di registrare gli affari.
Per secoli il fiorentino avrebbe continuato a svilupparsi nello stesso modo, attraverso il lavoro, le relazioni familiari, gli spostamenti delle persone e gli incontri fra comunità differenti. Era la lingua delle botteghe, delle case, dei mercati e delle strade, dove le parole venivano continuamente ripetute, adattate e trasmesse. Ma nella seconda metà del Trecento accadde qualcosa che modificò profondamente la popolazione che le pronunciava.
La peste del 1348 devastò Firenze e contribuì ad avviare una trasformazione demografica che avrebbe lasciato tracce anche nella lingua. Nei decenni successivi, mentre arrivavano nuovi abitanti dal territorio circostante, il fiorentino cominciò ad assumere caratteristiche diverse da quelle del secolo precedente. Alcune di queste sarebbero entrate nell'italiano che parliamo ancora oggi.
Il volgare fiorentino era nato dall'evoluzione del latino parlato nel territorio, ma per lungo tempo la scrittura ufficiale e quella della cultura scolastica continuarono a utilizzare prevalentemente il latino. La vita quotidiana seguiva invece altre necessità. Bisognava comprare, vendere, pagare salari, affidare merci, stipulare accordi e mantenere relazioni con persone che non conoscevano la lingua dei documenti più formali.
Firenze era particolarmente adatta a sviluppare una scrittura pratica. Le attività bancarie e commerciali richiedevano registrazioni continue e comprensibili a chi gestiva il denaro. I frammenti del 1211 mostrano già un sistema di contabilità basato sul dare e sull'avere, nel quale il volgare serviva a distinguere debitori, creditori e operazioni economiche. Era una lingua utilizzata per agire, non soltanto per raccontare.
Nei decenni successivi si moltiplicarono lettere commerciali, libri mastri e registrazioni patrimoniali. Le compagnie operavano su mercati lontani e avevano bisogno di comunicare rapidamente notizie sui prezzi, sui pagamenti, sulle merci spedite e su quelle non ancora arrivate. Una parola ambigua poteva provocare un errore nei conti; una lettera poco chiara poteva complicare una trattativa. Per questo la scrittura mercantile sviluppò una prosa diretta, con formule riconoscibili e termini adatti alle esigenze del commercio.
Quelle carte conservarono anche caratteristiche linguistiche che sarebbero sfuggite a documenti costruiti secondo regole più rigide. Il modo di scrivere una parola, la scelta di una forma verbale o l'uso di un'espressione familiare permettono oggi di osservare una lingua ancora in movimento.
All'inizio del Trecento Firenze possedeva già una rete di scuole nella quale l'insegnamento non era limitato alla grammatica latina. Un ruolo importante spettava alle scuole d'abaco, frequentate da ragazzi destinati alle attività economiche. Qui si imparavano operazioni aritmetiche, calcoli commerciali e procedimenti necessari per amministrare denaro e merci, utilizzando il volgare come lingua d'insegnamento.
Il cronista Giovanni Villani ricordò queste scuole descrivendo la città intorno al 1338, insieme a quelle elementari e a quelle dedicate allo studio della grammatica. La sua testimonianza restituisce l'immagine di una Firenze nella quale l'apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo aveva assunto un'importanza notevole rispetto a molte altre realtà dell'epoca.
Per chi lavorava nel commercio saper scrivere poteva significare una maggiore autonomia. Un garzone capace di leggere un conto, un apprendista che sapeva registrare una consegna o un artigiano in grado di controllare un pagamento possedevano strumenti utili per avanzare nel proprio mestiere. L'alfabetizzazione rimaneva socialmente diseguale, ma il volgare aveva ormai conquistato uno spazio stabile nella formazione professionale.
La conseguenza andava oltre le singole botteghe. Una lingua impiegata nei registri, insegnata ai ragazzi e utilizzata nella corrispondenza commerciale acquistava nuove possibilità espressive. Doveva adattarsi a situazioni sempre più numerose e accompagnava una società nella quale le relazioni economiche si estendevano ben oltre le mura cittadine.
La peste raggiunse Firenze nella primavera del 1348 e vi provocò una mortalità impressionante. Le stime storiche parlano di decine di migliaia di vittime, probabilmente intorno alla metà della popolazione. Dietro queste cifre c'erano famiglie spezzate, bambini rimasti senza genitori, botteghe prive di lavoratori e abitazioni nelle quali non viveva più nessuno.
Il contagio attraversò ogni ambiente della città, ma le conseguenze non furono uguali per tutti. Le persone che dipendevano esclusivamente dal proprio lavoro dovevano affrontare, oltre alla malattia, l'interruzione dei guadagni e la perdita dei familiari dai quali dipendeva il sostentamento domestico. La morte di un capofamiglia poteva lasciare senza risorse un intero nucleo; quella di un maestro artigiano poteva interrompere il lavoro di una bottega.
La catastrofe colpì anche le reti che mantenevano in funzione l'economia cittadina. Vennero a mancare lavoratori qualificati, apprendisti, manodopera e persone impegnate nei servizi. Nei decenni seguenti Firenze dovette ricostruire una parte delle proprie attività, mentre i rapporti fra proprietari e lavoratori si modificarono in conseguenza della scarsità di uomini disponibili.
La peste non fu un episodio isolato nella storia demografica del Trecento. Carestie, nuove epidemie e altre crisi continuarono a influire sulla popolazione. Ma il 1348 rimase una frattura particolarmente profonda, capace di modificare la composizione stessa della comunità cittadina.
Da quella perdita di abitanti nacquero anche nuovi movimenti verso Firenze.
La città aveva bisogno di persone che lavorassero. Per chi viveva nel contado, Firenze poteva offrire possibilità diverse da quelle disponibili nel proprio paese: entrare in una bottega, cercare un impiego, esercitare un mestiere oppure stabilire nuove relazioni economiche e familiari. L'inurbamento, già presente prima della peste, proseguì in un contesto trasformato dalla crisi demografica.
Gli studi storici e linguistici documentano l'arrivo di popolazioni provenienti soprattutto dal contado occidentale e meridionale, comprese comunità che possedevano abitudini linguistiche differenti da quelle dei fiorentini. Le diversità potevano riguardare la pronuncia delle consonanti, la forma delle parole, le desinenze dei verbi e alcune costruzioni grammaticali.
Chi arrivava doveva inserirsi in una società con abitudini già consolidate. Nel lavoro imparava termini nuovi, riconosceva espressioni usate dai compagni e modificava gradualmente alcuni aspetti del proprio modo di parlare. Il cambiamento interessava però anche chi abitava già in città: nelle conversazioni quotidiane, nei matrimoni e nella crescita dei figli si diffondevano forme che provenivano da ambienti diversi.
Una famiglia formata da persone nate in luoghi differenti poteva trasmettere ai bambini più di un'abitudine linguistica. Le pronunce apprese da piccoli entravano poi nelle relazioni di vicinato e nelle attività professionali. Attraverso questi contatti, una variante inizialmente riconoscibile come esterna poteva diffondersi fino a diventare parte dell'uso cittadino.
Il fiorentino cambiava insieme alla popolazione che lo parlava. Gli effetti di questi incontri non si esaurirono nel giro di pochi anni: si accumularono nel tempo, fino a rendere il volgare quattrocentesco sensibilmente diverso da quello del Trecento.
Fra le trasformazioni più riconoscibili ci sono quelle che riguardano i suoni delle parole. Nel fiorentino medievale erano comuni forme come priego e brieve, mentre oggi diciamo normalmente prego e breve. Anche truovo e pruova avrebbero progressivamente lasciato spazio a trovo e prova.
I linguisti chiamano monottongazione il fenomeno attraverso il quale un dittongo si riduce a una sola vocale. Nel caso di priego, la forma prego si affermò nell'uso fiorentino nella seconda metà o verso la fine del Quattrocento. Per trovo e le forme simili il processo fu più lento, con un'affermazione generalmente collocata tra la metà e il terzo quarto del Cinquecento.
Le due pronunce non si sostituirono necessariamente da un giorno all'altro. Forme differenti potevano essere utilizzate nello stesso periodo, e in alcuni casi comparivano già nei secoli precedenti. È proprio questa convivenza a rendere interessante la trasformazione: le parole avevano una storia fatta di oscillazioni e preferenze, finché una variante acquistava maggiore diffusione.
Anche il contatto fra le diverse parlate toscane contribuì a questo processo. Le ricerche hanno individuato fenomeni condivisi con le varietà occidentali, ma l'evoluzione della lingua dipese anche da tendenze già presenti nel fiorentino. Non fu necessario che qualcuno introducesse una forma completamente sconosciuta: talvolta bastava che una pronuncia esistente diventasse più frequente e finisse per prevalere.
Oggi diciamo prego senza pensarci. Eppure quella parola conserva il risultato di un cambiamento avvenuto nella lingua parlata molti secoli fa.
Un'altra trasformazione lasciò una traccia ancora più profonda nella grammatica. Nel fiorentino antico la prima persona singolare dell'imperfetto poteva avere la stessa terminazione della terza: si diceva io andava, io aveva, io era. Nel corso del Quattrocento si diffuse invece la terminazione in -o, dalla quale derivano le forme che utilizziamo normalmente oggi: io andavo, io avevo, io ero.
Il cambiamento rendeva la prima persona più riconoscibile rispetto alla terza. La nuova desinenza si affermò nella lingua viva e divenne uno dei tratti caratteristici del fiorentino successivo al Trecento. La documentazione scritta consente di seguirne la diffusione, mentre gli studi di morfologia storica ne mostrano l'importanza nella formazione delle strutture grammaticali moderne.
Non tutte le innovazioni ebbero però la stessa fortuna. Nel Quattrocento si incontravano anche forme come arò e arei, al posto di avrò e avrei, oppure fussi invece di fossi. Alcune di queste caratteristiche mostrano rapporti con le parlate della Toscana occidentale e testimoniano quanto il sistema verbale fiorentino fosse cambiato.
La lingua parlata dalla popolazione non seguiva un percorso uniforme. Certe innovazioni si affermavano stabilmente, altre rimanevano limitate ad ambienti o periodi particolari, altre ancora venivano progressivamente abbandonate. L'italiano avrebbe conservato soltanto una parte di questa ricchezza di forme.
La convivenza fra abitanti di provenienze differenti produsse anche fenomeni più curiosi. Alcune parlate del contado presentavano pronunce come agghio e famigghia, in luogo di aglio e famiglia. Queste differenze diventavano particolarmente evidenti quando chi proveniva dalla campagna cercava di adattarsi al modo di parlare cittadino.
La pressione esercitata dalle forme considerate più prestigiose poteva provocare un fenomeno chiamato ipercorrezione. Una persona, nel tentativo di evitare una pronuncia ritenuta rustica, poteva applicare una trasformazione anche a parole che non ne avevano bisogno. Gli studi di Arrigo Castellani hanno ricostruito proprio attraverso questo meccanismo l'affermazione, nel fiorentino cinquecentesco, di forme che hanno dato origine alle pronunce moderne di teglia, veglia e ragliare.
Questo episodio mostra quanto i giudizi sociali potessero influire sul modo di parlare. La distinzione fra città e campagna non riguardava soltanto il luogo di provenienza: poteva essere riconoscibile nelle parole e diventare importante nei rapporti quotidiani. Chi desiderava essere accolto in un ambiente diverso dal proprio poteva cercare di adeguarsi alle sue abitudini, contribuendo involontariamente a modificarle.
La lingua conservava dunque le tracce degli incontri fra persone, ma anche delle differenze sociali che attraversavano la città.
La scrittura quotidiana permette di osservare un altro aspetto della Firenze tre-quattrocentesca. Nei libri di ricordanze si registravano nascite, morti, matrimoni, proprietà e avvenimenti familiari. Le lettere commerciali comunicavano pagamenti, spedizioni, prezzi e difficoltà incontrate durante i viaggi. Accanto ai grandi affari comparivano frequentemente preoccupazioni domestiche, richieste personali e notizie sulla salute.
L'archivio di Francesco di Marco Datini, mercante pratese attivo anche a Firenze, conserva una documentazione eccezionale: circa 150.000 lettere e oltre un migliaio di registri contabili. La corrispondenza coinvolgeva numerosi collaboratori e interlocutori che vivevano e lavoravano in città differenti. Le parole attraversavano così distanze enormi insieme alle merci, contribuendo alla circolazione di espressioni e abitudini scrittorie.
Dentro questa rete trovavano spazio anche le donne. Margherita Datini, moglie di Francesco, imparò a scrivere da adulta per mantenere una corrispondenza personale con il marito. Le sue lettere mostrano quanto la necessità di comunicare potesse diventare una ragione concreta per apprendere la scrittura. Attraverso documenti simili emergono problemi familiari, rapporti domestici e questioni quotidiane che difficilmente avrebbero trovato posto in una cronaca cittadina.
Queste testimonianze non permettono di ascoltare direttamente ogni voce. Molte persone non sapevano scrivere e affidavano le proprie parole ad altri, oppure non lasciavano documenti destinati a essere conservati. Ma la lingua di quella società continua a emergere indirettamente dai registri, dalla corrispondenza e dalle forme utilizzate dagli scriventi.
Un'altra fonte straordinaria è il Catasto fiorentino del 1427. La Repubblica chiese ai contribuenti di dichiarare beni, debiti, attività economiche e composizione delle famiglie. Il risultato fu una vasta documentazione che permette oggi di osservare la società fiorentina attraverso mestieri, condizioni patrimoniali e rapporti domestici.
Fra le persone registrate compaiono artigiani, lavoratori del settore tessile, piccoli commercianti, vedove, proprietari di botteghe e nuclei familiari con risorse modeste. Le dichiarazioni potevano essere preparate direttamente dagli interessati oppure con l'aiuto di scriventi, ma conservano comunque un vocabolario legato alla vita materiale: case, affitti, strumenti di lavoro, crediti, debiti e obblighi familiari.
È una documentazione importante anche per la storia linguistica. Le formule utilizzate per descrivere il patrimonio e le attività mostrano come il volgare fosse ormai indispensabile nella comunicazione fra cittadini e amministrazione. La scrittura doveva rendere comprensibili situazioni economiche molto diverse, traducendo in parole riconoscibili ciò che le persone possedevano, guadagnavano o dovevano pagare.
La società che emerge da queste carte è la stessa nella quale il fiorentino continuava a cambiare. Una città attraversata da differenze economiche e professionali, nella quale la lingua apparteneva contemporaneamente a chi amministrava una bottega, a chi cercava lavoro, a chi possedeva una casa e a chi viveva in affitto.
Gli studiosi chiamano fiorentino argenteo la fase linguistica sviluppatasi dopo quella trecentesca, con caratteristiche particolarmente evidenti nel Quattrocento e nei primi decenni del Cinquecento. Il termine fu proposto da Arrigo Castellani per distinguere un sistema che presentava importanti novità nella pronuncia, nella morfologia e nella grammatica.
La differenza non era superficiale. La lingua poteva presentare articoli come el ed e al posto di il e i, possessivi con forme diverse dalle attuali e una varietà notevole di desinenze verbali. Alcuni mutamenti erano condivisi con altri volgari toscani, altri si sviluppavano all'interno della città. Il fiorentino acquistò così una fisionomia riconoscibile, che testimonia le profonde trasformazioni avvenute nella società urbana.
Intanto la lingua circolava anche fuori dalla Toscana. I collegamenti commerciali portavano lettere e documenti verso altri territori italiani ed europei, mentre gli spostamenti di persone contribuivano al contatto fra comunità linguistiche differenti. A Roma, fra Quattro e Cinquecento, l'arrivo di popolazione toscana e la presenza di importanti ambienti legati alla Toscana parteciparono alla progressiva trasformazione del romanesco, che perse molti tratti precedentemente condivisi con le parlate dell'Italia mediana e meridionale.
La diffusione del fiorentino non corrispose comunque a una sostituzione immediata delle altre lingue locali. Le diverse comunità continuarono a parlare le proprie varietà, mentre nell'uso scritto si sviluppavano forme sempre più condivise. Il rapporto fra parlato e scrittura rimase complesso e continuò a modificarsi nei secoli successivi.
Nel corso della sua storia l'italiano accolse forme appartenenti a periodi differenti del fiorentino. Alcune caratteristiche risalgono alla tradizione medievale, altre riflettono cambiamenti successivi. Parole come prego e trovo, o forme verbali come io andavo, ci ricordano che la lingua nazionale non è rimasta immobile nel momento in cui il fiorentino acquistò prestigio.
Dietro questi mutamenti si riconosce il lavoro continuo delle comunità. Una parola passava fra genitori e figli, fra compagni di bottega, fra persone nate nella stessa strada e nuovi abitanti provenienti dalle campagne. Poteva trasformarsi lentamente, convivere con una variante concorrente e infine diventare familiare a un'intera generazione.
Il fiorentino cambiò anche perché Firenze cambiò popolazione. Le epidemie, le migrazioni e le trasformazioni economiche modificarono i rapporti fra gli abitanti, creando nuove occasioni di contatto linguistico. I documenti conservati permettono di seguire almeno una parte di questo processo e di riconoscere, nelle parole utilizzate oggi, le tracce di una società molto più vasta di quella ricordata dai soli monumenti.
Quando diciamo prego o andavo, pronunciamo forme che hanno attraversato secoli di storia. Non conosciamo i nomi della maggior parte delle persone che contribuirono alla loro diffusione, ma sappiamo dove cercare il loro mondo: nelle botteghe, nelle case, nei registri dei conti, nelle lettere e nelle dichiarazioni fiscali.
Firenze ha lasciato all'Italia anche una lingua costruita giorno dopo giorno dalla propria gente. Le parole ne sono una delle eredità più profonde, perché continuano a vivere ogni volta che qualcuno le pronuncia.
Fonti
Giovanna Frosini, Lingua, in Treccani, Enciclopedia machiavelliana. Per il fiorentino argenteo, la crisi demografica e l'inurbamento dal contado.
Pietro G. Beltrami, Duecento e Trecento, lingua del, in Treccani, Enciclopedia dell'Italiano, 2010. Per il volgare pratico, le scuole d'abaco e le scritture mercantili.
Arrigo Castellani, Italiano e fiorentino argenteo, 1967, poi in Saggi di linguistica e filologia italiana e romanza, Roma, Salerno Editrice, 1980, vol. I, pp. 17-35.
Paola Manni, Ricerche sui tratti fonetici e morfologici del fiorentino quattrocentesco, 1979. Per l'evoluzione della grammatica fiorentina.
Treccani, Fonetica storica, in Enciclopedia dell'Italiano. Per le trasformazioni dei dittonghi e i fenomeni di ipercorrezione.
Archivio di Stato di Firenze, fondo Catasto, in particolare la documentazione del 1427-1429.
Archivio di Stato di Prato, fondo Francesco di Marco Datini, per le lettere e le scritture commerciali tra Trecento e Quattrocento.
Abiti coloratissimi per le dame e i nobili del Quattrocento.
Gestivano tasse sui contratti, con autorità legale e punizioni severe per evasori. Loro fornivano guadagni significativi al Comune.
Alcuni fatti accaduti nel 1861 nei mesi settembre, ottobre, novembre e dicembre.
Per sodomiti si intendeva un rapporto sessuale fra uomini, cio coloro che lo facevano al di fuori del "debito luogo" o "vaso naturale".