Beatrice Bugelli

Beatrice di Pian degli Ontani: poetessa pastora dell’Appennino pistoiese
Beatrice di Pian degli Ontani, al secolo Beatrice Bugelli. Nata nel 1803 al Conio, frazione di Cutigliano (Pistoia), rimase orfana di madre in tenera età e seguì il padre scalpellino, Gioacchino Bugelli, nelle migrazioni stagionali verso la Maremma. Analfabeta e "di modesti costumi" secondo le prime biografe, sposò a vent’anni il pastore Matteo Bernardi, più anziano di lei, e si trasferì in un pianoro chiamato Pian di Novello, nei pressi di Pian degli Ontani. Continuò a lavorare come pastora e contadina, accudendo le sue otto figlie (alcune fonti parlano di dieci figli). La sua vita fu segnata da dolori e privazioni: il primogenito morì da bambino, nel giorno della Candelora, e in due occasioni dovette partorire da sola nella boscaglia. Visse sempre in ambienti rurali dell’alta valle del Sestaione; dopo che la sua casa fu distrutta da una piena nel 1836, si costruì una nuova abitazione a Pian di Novello, dove morì il 25 maggio 1885.
Pur senza istruzione scolastica, Beatrice dimostrò fin da giovane una forte inclinazione poetica: il giorno delle nozze improvvisò versi in ottava rima durante il corteo nuziale, sorprendendo tutti. Da quel momento fu invitata a cantare i suoi componimenti durante feste e cerimonie nei villaggi montani, ottenendo successo tra la popolazione locale. Divenne la più nota improvvisatrice poetica dell’Appennino tosco-emiliano tra Otto e Novecento, come riconosciuto dagli studiosi e dai numerosi visitatori illustri che ne lodarono il talento: da Niccolò Tommaseo a Giambattista Giuliani, fino a Giuseppe Giusti e Massimo d’Azeglio.
Nel XIX secolo, la Montagna pistoiese – l’Appennino tra Pistoia, Lucca e Modena – era un ambiente duro e isolato, con economie di sussistenza e tradizioni popolari radicate. Le vallate erano ricoperte di boschi misti e castagneti, con la castagna alla base dell’economia montana, accanto all’allevamento e alla produzione del carbone. Si svilupparono anche piccole industrie artigianali (ferriere, segherie, cartiere), che sfruttavano i torrenti per l’energia idraulica. La costruzione della “strada regia modenese” nel Settecento contribuì ad aprire il territorio, incentivando agricoltura e attività anche nell’Ottocento. La vita sociale era scandita da riti e festività comunitarie. Sebbene la maggior parte dei montanari fosse analfabeta, esisteva una ricca cultura orale, fatta di strofe, canti e racconti. La poesia improvvisata in ottava rima era particolarmente viva: i poeti estemporanei animavano feste e fiere con contrasti poetici, esprimendo nei versi la saggezza popolare, la vita contadina e i temi sociali. Come disse Beatrice: «la montagna l’è stata a noi maestra / La natura ci venne a nutricare».
Beatrice compose esclusivamente in forma popolare e spontanea, usando ottave in endecasillabi, spesso rispetti o strambotti, cantati su melodie note. Trattava temi amorosi, giocosi, quotidiani e satirici. Nei suoi versi emergevano il legame con la montagna, la vita rurale e l’umorismo contadino.

Celebre una sua ottava contro i governanti:
«Deh se questa razzaccia maledetta
che così malgoverna il bel podere,
Sant’Andrea gli mandasse la disdetta,
con un sonoro calcio nel sedere;
e mettesse a’ loro posto due mezzadri
meno ingordi e rapaci e meno ladri!»

Il suo stile era diretto, vivace, e ricco di espressioni del parlato. Partecipava ai “contrasti” di ottava rima con poeti maschi, costruendo lunghe sequenze ritmiche. Anche se non lasciò opere scritte, il suo autoritratto epico in ottava fu tramandato:

«Tutti mi dicono che son nera nera
La terra nera produce il buon grano
Guardate il fior garofano che è nero…»

I suoi versi furono raccolti e trascritti da visitatori e discepoli. L’americana Francesca Alexander (1) li pubblicò in "Roadside Songs of Tuscany" (1885), diffondendo la sua poesia anche all’estero. Beatrice è considerata un simbolo della cultura popolare toscana.
Definita “poetessa-pastora” da Carlo Chiappelli, rappresenta la donna semplice e arguta, legata alla sua terra. Le sue rime erano stimate quanto quelle dei letterati: Tommaseo la descrisse come “analfabeta” dal talento straordinario, paragonandola a Francesco da Barberino; Giuliani la definì «portento di natura». La sua memoria è viva in toponimi e iniziative culturali: a Pian degli Ontani esiste il parco "Le parole delle tradizioni", con massi incisi con i suoi versi. Dal 2022 si tiene un festival letterario in suo onore. Cammini tematici e eventi poetici ripercorrono i “sentieri di Beatrice”, celebrandone la figura. È considerata da molti studiosi una fonte insostituibile di saggezza popolare, ricordata anche da guide locali.
Attorno a Beatrice si sono sviluppate leggende e curiosità biografiche. Si racconta che il suo esordio poetico avvenne al matrimonio, quando prese il posto dei poeti invitati e recitò ottave improvvisate. Amava scherzare sulla propria condizione di analfabeta, immaginando una “scuola nei boschi e nei campi”. La morte del figlio, avvenuta il 2 febbraio, è ricordata come una tragedia privata che si intreccia col mito popolare. La sua memoria prodigiosa le permetteva di imparare lunghi canti a orecchio. Carla Schubert riferisce di due parti avvenuti all’aperto, senza assistenza, alimentando la leggenda della pastora coraggiosa. Nella tradizione orale della Montagna pistoiese, Beatrice è ricordata come figura di riferimento. I suoi versi sono stati tramandati nelle famiglie contadine e fanno parte del repertorio di cantori locali. È considerata archetipo della donna montanara dallo spirito brillante. La sua eredità è mantenuta viva da associazioni, percorsi trekking, testi storici e riviste. Le sue rime, tra poesia popolare e memoria identitaria, restano parte del patrimonio immateriale dell’Appennino toscano.

(1) Francesca Alexander, all'anagrafe Esther Frances Alexander, detta Fany (Boston, 27 febbraio 1837 – Firenze, 21 gennaio 1917), è stata un'illustratrice, scrittrice e traduttrice statunitense naturalizzata italiana.

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